Quei predicatori che rivendicano il terrorismo buono

Domenica ho potuto assistere, con quasi tremila colleghi riuniti a San Antonio in Texas, per il congresso della American Academy of Religion, a un intervento in videoconferenza da Montréal del controverso intellettuale musulmano svizzero Tariq Ramadan, cui il Dipartimento di Stato ha negato il visto per entrare negli Stati Uniti. In Francia Ramadan è sulle copertine dei principali settimanali: a un testo ostile della giornalista Caroline Fourest uscito il mese scorso, Frère Tariq, Ramadan risponde in questi giorni con un libro-intervista, Faut-il faire taire Tariq Ramadan? 

(«Si deve far tacere Tariq Ramadan?»). 

Il titolo Frère Tariq allude alle relazioni fra Ramadan e i Fratelli Musulmani, la maggiore organizzazione del fondamentalismo mondiale fondata da suo nonno materno, Hassan al-Banna, e di cui suo padre è 

stato uno dei principali dirigenti. 

La questione non è di poco conto in Italia, dove i libri e le cassette di Ramadan si ritrovano nella maggioranza delle moschee, e la sua influenza è notevole in particolare sulla più rappresentativa fra le organizzazioni dell’islam italiano, l’Ucoii (Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia). Non riesco a riconoscermi in certi toni scandalistici del libro della Fourest che, nella sua preoccupazione di esaltare il laicismo alla francese, certamente esagera anche su Ramadan. 

Tuttavia, Ramadan e tutta la corrente cosiddetta «neo-fondamentalista» stanno deludendo le speranze di chi si aspettava una loro evoluzione in direzione di un islam centrista e conservatore sul tipo di quello del primo ministro turco Erdogan. 

L’intervento al congresso di San Antonio si è limitato a evocare la necessità di un «islam occidentale», senza precisarne i contenuti. 

Certo, i «neo-fondamentalisti» come Ramadan non vanno confusi con gli ultra-fondamentalisti terroristi alla Bin Laden. 

Dopo l’11 settembre hanno condannato Al Qaida, e di qui avrebbero potuto arrivare a una condanna globale del terrorismo. Non lo hanno fatto per due ragioni: un complesso anti-sionista dietro cui si cela un mai superato anti-semitismo, e un complesso anti-americano rinfocolato dalla guerra in Irak. 

Da Ramadan a Qaradawi – il telepredicatore che è forse il più noto neo-fondamentalista internazionale – hanno così cominciato a proporre distinzioni fra terrorismo internazionalista come quello di Al Qaida, illecito e da condannare, e terrorismo legato a cause nazionali, dalla Palestina fino alla Cecenia e all’Irak, che può 

essere oggetto di dissenso ma non di condanna. La dissociazione dal terrorismo come mezzo da ripudiare assolutamente, a prescindere dai fini al cui servizio si pone, è un traguardo che il neo-fondamentalismo non è riuscito a raggiungere. 

In secondo luogo, secondo Ramadan, se gli americani si alleano nel Medio Oriente con «musulmani che non amano l’islam», i neo-fondamentalisti devono allearsi da noi con gli «occidentali critici verso l’Occidente». Di qui la sua continua partecipazione a raduni no global, anti-imperialisti, anti-americani, dove si crea però una miscela esplosiva che può assicurare al terrorismo islamico complicità in una sinistra extraparlamentare che ha nostalgia degli anni di piombo. Per questo, chi ha negato a Ramadan il permesso di entrare negli Stati Uniti ha qualche elemento di ragione. In un momento come questo, dai rischi che Ramadan incarna quegli occidentali che, a differenza dei no global, amano l’Occidente hanno il diritto e il dovere di difendersi. 

Il Giornale

Massimo Introvigne

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