Le Pen: «Non sono il diavolo di Francia» La leader del Front National in corsa per l’Eliseo: «Ai giovani piaccio perché sono la candidata anti sistema»

Parigi«Vogliono farci credere che l’Europa sia una fatalità, che dobbiamo per forza accettare il “fascismo dorato” dei mercati. Ciò

che è accaduto in Italia è un colpo di Stato compiuto dalle banche per mettere al governo un impiegato di Goldman Sachs… Mi creda, la vera frattura non è fra destra e sinistra, ma fra chi vuole politiche nazionali e chi vuole il mondialismo, l’internazionalismo europeo, lo chiami come le pare. Io mi batto per una nuova politica monetaria, che tenga l’euro come moneta comune, ma non come unica moneta, che ristabilisca il franco e le altre valute nazionali.

Occorre una concertazione fra Stati per arrivare a questo, è chiaro, uno smantellamento comunitario, ma in caso contrario ci sarà

l’implosione. Dove vogliamo arrivare? A sgozzare i greci, e poi gli spagnoli, i portoghesi e gli irlandesi, gli italiani? È un effetto domino perverso, e la Francia non ne sarà risparmiata, perché siamo tutti sulla stessa scala, gradino più alto, gradino più basso… Io voglio il vigore delle nazioni, non il rigore, voglio un patriottismo economico perché siamo popoli liberi: l’austerità

imposta dall’alto ha qualcosa di inumano. Vogliono farci credere che l’euro sia l’unica soluzione, ma alle sue spalle ci sono appena dieci anni di vita, una piccola parentesi nella storia plurisecolare del nostro continente. Certo, occorre ragionarci bene e a fondo, ma sa che cosa più mi inquieta e mi indigna? L’assenza di dibattito, il non volerne parlare, il dare tutto come già finito e definito, un pensiero unico che ha il sapore della dittatura del pensiero».

Marine Le Pen è una bella donna bionda, è nata nell’anno storico della Contestazione, il 1968, è sposata e divorziata, porta un cognome pesante che la ancora a un passato che non ha mai conosciuto e rischia di non farle avere mai un futuro. Nella primavera dello scorso anno, la sua candidatura alle presidenziali era valutata intorno al 25 per cento, in autunno era già scesa al 17 e adesso viaggia sul 15 per cento. Eppure, secondo un sondaggio dell’Istituto Csa reso noto l’altro ieri da Le Monde, nelle intenzioni di voto dei giovani fra i 18 e i 24 anni schizza al 26 per cento e al primo posto: Hollande le è dietro di un punto, Sarkozy di quasi dieci e così J.L. Melenchon, l’ex trotskista chiamato a rinverdire i fasti della sinistra non socialista. Quando glielo si fa notare, Marine Le Pen sorride: «È difficile “misurarmi” perché è difficile capire se la “diabolizzazione” del nome Le Pen pesi ancora o se la “dediabolizzazione” abbia ormai preso il sopravvento. In più ho un elettorato invisibile, che non si manifesta, che non è abituato a manifestare. Dei giovani però sono certa, perché si rendono conto che sono anti-sistema, perché sanno che il sistema va reinventato, perché rifiutano la legge della giungla liberista applicata sulla loro pelle, l’idea che l’economia sia l’unico valore… È una giovinezza scioccata dal cinismo e dalla corruzione e sa benissimo che non si può andare avanti così».

La sede del Front National sembra un ospedale. Non ci sono gadget né

manifesti e l’unica nota di colore è la bandiera francese dietro le spalle del candidato alle presidenziali. Il giornale dei giovani del Movimento si chiama Les Matelots, i marinai, e nei raduni i ragazzi indossano t-shirt con su scritto Les gars de la Marine… è un altro retaggio paterno, del Jean-Marie bretone, amante del mare e amico di grandi e famosi velisti come Tabarly e de Kersauson, uno dei pochi retaggi che possono essere esibiti senza accendere polemiche e accuse di fascismo e di razzismo. «Nel nostro Paese è come se ci fosse per strada una bomba pronta a esplodere. L’eccidio di Tolosa non si spiega se non si parte dal fatto che in dieci anni, fra presidenza della Repubblica e ministero dell’Interno, Sarkozy non ha fatto nulla contro il fondamentalismo islamico. Dieci anni sono l’arco di tempo per cui i miei figli dalle elementari sono passati al liceo… Dopo la strage si sono effettuati degli arresti, ma quando ho chiesto quando e come quella gente fosse entrata in Francia, di che cosa vivesse, quali appoggi avesse, non ho avuto risposta. Sarkozy non è uno che risolve i problemi, è uno che ricerca la politica dell’immagine, come è accaduto per la guerra, perché guerra era, in Libia… Abbiamo destabilizzato un’area del mondo, non c’è la democrazia in Libia, c’è un nuovo flusso di immigrati dal Mali dopo che anche lì c’è stato un colpo di Stato, povera gente in fuga per paura e per fame, e intanto facciamo affari con il Qatar, che certo non è un campione dei diritti umani… Io sono l’eccezione francese di queste elezioni perché racconto le cose come stanno, non voglio la regolarizzazione dei clandestini, voglio restringere i margini d’ingresso, sono per la “priorità nazionale”

fra chi si propone per lo stesso posto di lavoro. Abbiamo cinque milioni di disoccupati, ma nessuno che in campagna elettorale parli della crisi economica: si fa finta che non esista».

È di questi giorni l’uscita nei tascabili, in una nuova edizione ampliata, della biografia che nemmeno un anno fa due giornaliste, Caroline Fourest e Fiammetta Venner, avevano dedicato a Marine Le Pen. La nuova versione porta, sotto lo stesso titolo, Marine Le Pen, l’aggettivo démasquée, smascherata: più di 400 pagine che passano al setaccio il vecchio e il nuovo, il padre, la madre, gli intrecci sentimentali e quelli economici, il partito come clan, Front Familial più che Front National, le zone d’ombra, i residui fascisti e quelli xenofobi all’interno di un elettorato che intanto è

cambiato e rappresenta una parte non indifferente del Paese.

L’impressione è di un buon lavoro d’inchiesta che però aggiunge poco non tanto su Marine Le Pen in sé, ma sul perché del suo successo.

Forse la risposta più che in lei sta negli errori altrui, nel fallimento di Sarkozy come figura nuova, nella disillusione verso la politica politicante che dura ormai dagli anni Ottanta, nella paura sociale, economica, nella perdita di prestigio, nel rendersi conto che i margini di manovra nazionali vanno sempre più riducendosi…

«Sarkozy e Hollande sono la stessa cosa e, qualora uscissero loro al primo turno, non darò al mio elettorato indicazioni di voto per il ballottaggio. Ma sono fiduciosa, penso che le urne daranno una bella sorpresa. E comunque, quel voto giovanile di cui abbiamo parlato fa di me la candidata dell’avvenire, di un avvenire diverso». Euro permettendo.

11 avril 2012

Il Giornale

Stenio Solinas

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