Vignette anti Islam, applausi a metà IL CASO

Maurizio Cabona

da Cannes

S’intitola C’est dur d’être aimé par des cons (Duro piacere agli scemi) il documentario di Daniel Leconte, solo omonimo di Patrice, presentato ieri come Evento speciale al Festival di Cannes. Questo succedersi d’interviste – realizzate nella posizione da «indignato speciale» – parrà agli ingenui l’apoteosi della libertà di stampa, mentre conferma che certa Francia – pardon: certa Parigi – si riempie la bocca coi diritti dell’uomo, salvo decidere lei chi sia uomo e chi no.

Il titolo è del resto coerente con lo stile provocatorio del settimanale Charlie-Hebdo, di cui qui si canta – infischiandosi dell’equanimità – l’assoluzione in un processo subìto per diffamazione. In C’est dur è implicito che il direttore, Philippe Val, si sente emulo di Emile Zola ai tempi del caso Dreyfus e del relativo «J’accuse». Charlie-Hebdo non è però certo paragonabile al quotidiano L’Aurore d’allora; nella Francia di oggi è ciò che ieri in Italia erano Il male e Cuore. A somigliargli vagamente è adesso Il vernacoliere e ciò ridimensiona tutta la vicenda. In più

Charlie-Hebdo è meno umoristico, meno fantasioso e soprattutto più

greve dei confratelli italiani. In occasione della visita di Giovanni Paolo II in Francia, l’articolo di fondo di Philippe Val era intitolato «Benvenuto, papa di me…». Da C’est dur si nota che, dopo tanti anni, Val ne è ancora fiero: a ognuno i suoi piccoli orgogli…

Grana grossa dunque, applicata impunemente contro una fede declinante; meno impunemente contro l’Islam, quando nel 2006 Charlie-Hebdo riprese le caricature di Maometto e altre vignette blasfeme per un musulmano o comunque derisorie, già apparse sul danese Jillands-Posten. Non fu l’unica testata francese a pubblicarle, ma solo Charlie-Hebdo – non L’Express, non France-Soir – fu querelato da tre organizzazioni islamiche riconosciute. Da ciò

Philippe Val deduce che sia stato il presidente Chirac a frenare i querelanti, perché solo Charlie-Hebdo gli era davvero antagonista.

Svoltosi agli inizi del 2007, il processo originò così un caso nel caso: infatti fu l’occasione per aprire, non ufficialmente, la campagna elettorale per la presidenza della Repubblica.

Dalle quasi due ore di immagini, per lo più interviste filmate, uno spettatore giunto da Marte potrebbe credere che i destini della République, dunque della civiltà, fossero in gioco sulle pagine di Charlie-Hebdo e nell’aula di tribunale. Ne esce di tutto, ma l’intélligence traspare solo dalle considerazioni e dai paragoni di padre Michel Lelong e del comico Dieudonné. Ma l’humour migliore è

dell’avvocato Szpiner, consigliere del presidente Chirac e parte civile nel processo a Charlie-Hebdo.

Parlando di Caroline Fourest, collaboratrice del settimanale, Szpiner ne coglie – come dargli torto, dal contesto? – «l’alta opinione che ha di sé». Ne conclude: «Se mai leggerò un giorno che la signor Fourest è stata coinvolta in un delitto passionale, ne concluderò che si è trattato di un suicidio».

17 mai 2008Il Giornale

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