Questo bisogno di cinema

Che cosa la finzione apporta rispetto al giornalismo? La domanda mi è stata posta al festival di El Gouna, in Egitto, dove ho presentato, in anteprima mondiale il mio primo lungometraggio, Sisters in Arms. Un film di guerra ma ispirato a fatti reali. E’ la storia di una giovane Yezidi che, riuscita a liberarsi, si unisce alla resistenza curda, insieme a combattenti venuti da tutto il mondo per sconfiggere i fanatici. Jihadisti persuasi che il paradiso gli sarà negato, se uccisi da una donna. 

Perché il cinema? Per la sua forza, vettore dell’universale. Per la sua libertà. Per abbattere i confini e sentire i nostri immaginari vibrare all’unisono. Per vedere spettatori egiziani, siriani, libanesi, emirati, iracheni gioire insieme, mentre Camélia Jordana si cimenta nel distruggere coloro che terrorizzano loro come noi, da ormai troppi anni.

Dopo l’Egitto, il film é stato proiettato nel Kurdistan iracheno, in presenza di veri combattenti e di ragazze Yezidi sopravvissute all’orrore di questa guerra, lo scopo: alleviare il dolore dei vivi, dire alle vittime di questi orribili stupri che sono delle eroine ed ai combattenti che non dimenticheremo mai il loro coraggio. Il film é poi uscito in Francia, in Italia sarà nelle sale a partire dal prossimo 26 Marzo, poi in Giappone, Indonesia e Sudafrica, ed ovunque potrà respingere il muro dell’indifferenza.

La nostra pelle ha imparato a proteggersi da un’attualità che trabocca di atrocità. La finzione ci permette di riaprire i nostri sensi, la nostra sensibilità, di lasciarci andare verso l’altro, di vivere una storia e di farla nostra per sempre. Un film non deve essere punitivo o noioso per essere militante. L’azione, la bellezza di un’immagine, una risata od una scena divertente, hanno il potere di toccare e commuovere un gran numero di persone e, quindi, di cambiare il mondo. Da qui il mio desiderio di fare un film d’azione per il grande pubblico, con lo scopo di  intrattenere invece che di denunciare. Pronta a sorprendere.

Avevo bisogno di quel respiro, di quella grandezza, per ritrovare quella sete di “persuadere” che avevo perso nel dibattito pubblico. Le nostre agorà, reali o virtuali, sono come intrappolate. Ogni parola viene immediatamente troncata, contorta dalla propaganda, sopraffatta da un esercito di orchi, ricoperta di insulti. Il ragionamento e la pazienza, la calma necessaria per rispondere alla malafede, non sono più sufficienti per essere ascoltati. 

Una cosa è essere tra i primi ad allertare contro ogni previsione. Ma é disumano dover ricominciare quando i fatti e le morti hanno dimostrato che hai ragione. Dopo gli attacchi a Charlie, ho scritto e combattuto, nella speranza di smascherare gli insulti gettati sulle loro tombe, per non scavarne altre. Poi ho perso la voglia di litigare con gli idioti. Forse per sempre.

Fatta eccezione per questa rubrica ed una o due apparizioni, negli ultimi tre anni mi sono ritirata dal dibattito pubblico. Per disintossicarmi, ritrovarmi e poter creare. Per diventare una regista. Il mio sogno d’infanzia, troppo a lungo messo tra parentesi per condurre queste lotte, non poteva aspettare oltre.

Con la mia equipe, abbiamo ripreso in Kurdistan ed in Marocco, al riparo da identità corrotte e falsi dibattiti. Grazie alla magia del cinema, ho visto curdi, ebrei, berberi ed arabi, donare anima e corpo per realizzare questo sogno comune: un’ode alla potenza delle donne che trionfa sul fanatismo. Alcuni abitanti dei villaggi berberi circostanti hanno interpretato la popolazione Yezidi e così facendo si sono identificati con loro. Al punto di accettare che il cono di un tempio Yezidi fosse posto sulle tombe dei loro saggi. Di volerlo tenere. Ed ancora oggi é li’.

Sempre per questo film ho avuto l’immenso privilegio di poter riprendere l’esercito Peshmerga nel Kurdistan iracheno, un convoglio di quarantasette veicoli corazzati, con i finestrini ancora venati dai proiettili di Daech. Per queste riprese, enfatiche, il mio primo assistente, un colonnello peshmerga che ha partecipato alla presa di Mosul, mi ha permesso di visitare delle vere basi, di far volare droni in zone di guerra, di scattare delle immagini di veri combattenti peshmergas Yezidi che abbiamo potuto inserire nel film. Un tributo alla realtà.

Il film rimane una finzione e quindi una metafora, ispirata alle nostre vite, a questi anni di lotta, all’amore delle donne, raramente mostrato così potente sul grande schermo. Questo desiderio di azione e di emozioni, troppo a lungo trattenuto, che trabocca. Che emerge così più forte e potente attraverso la cinepresa che le armi. È la bellezza resiliente dell’arte. Questo potere di trasformare l’orrore in catarsi. Espiatorio e giubilante.

LEGGERE

5/10/19

Marianna

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