Full Metal Fourest

Sul set del film di guerra femminista di Caroline Fourest

Nessuno o quasi lo sapeva. Da tre anni, la saggista, ammirata o odiata per le sue lotte contro l’estrema destra e l’islamismo, prepara un film femminista per il grande pubblico sulle combattenti curde che hanno attaccato Daech. Sulla locandina: Camélia Jordana, Amira Casar insieme alla prospettiva di nuove polemiche quando uscirà nelle sale. 

Di Marie-France Etchegoin.

La lotta ed i raggi di sole. Naturalmente, lei li ha sempre amati, e questo pomeriggio di maggio, Caroline Fourest è appagata: riflettori e battaglie, scontri corpo a corpo. Il rumore dei proiettili, la polvere, il calore già opprimente di una primavera marocchina. Indossa una maglietta kaki, un berretto mimetico, occhiali da sole riflettenti. Improvvisamente, inizia a urlare. Di fronte a lei, Camélia Jordana, Amira Casar ed Esther Garrel restano interdette. Sono sul set, in fronte portano il colorato foulard curdo, devono recitare una scena in cui una di loro cade nelle mani dei jihadisti dello stato islamico. « E’ così’ che si urla quando hanno appena ucciso i tuoi amici », spiega la Fourest, dando l’esempio. « In quel grido emesso da Caroline », ci racconta oggi Camélia Jordana, « non ho potuto fare a meno di sentire il dolore per i suoi amici di Charlie Hebdo. E’ stata una rabbia, ma anche una forma di catarsi in cui tutte noi l’abbiamo accompagnata. »

Ed é proprio lì, dietro una telecamera, che la combattiva saggista era scomparsa negli ultimi mesi. In tutta discrezione, stava dirigendo il suo primo lungometraggio, Sisters in Arms. Storia di una lotta all’ultimo sangue contro Daech guidata da una « brigata internazionale » di donne. Quattro anni dopo il massacro dei suoi amici, l’ex giornalista di Charlie punisce gli impostori di un Islam deviato. Fino ad oggi, nulla o quasi, era trapelato di questo progetto, quasi sotto forma di una scommessa, ritardata più volte mentre le insidie ed i problemi si accumulavano. « Il film ha rischiato di non vedere mai la luce del giorno », mi ha detto Caroline Fourest interrogata a riguardo. Lei li ha consacrato tre anni, senza dubitare per un solo istante della giustezza del progetto, come sempre avviene con questa lottatrice che, nell’arco di due decenni, si è forgiata un posto speciale nel paesaggio intellettuale e catodico, scatenando l’isteria dei suoi detrattori, dall’estrema destra all’estrema sinistra, ricoperta di insulti e spesso minacce, disturbando persino alcuni dei suoi amici infastiditi dai suoi modi “signorina so tutto io » o gelosi nel vederle rubare la scena.

Giornalista, femminista, attivista della causa omosessuale, Caroline ha combattuto prima contro le crociate anti-aborto ed i « cattolici tradizionali », il Fronte Nazionale, i razzisti, gli antisemiti, per poi attaccare tutti i fondamentalismi – cristiani, ebrei, musulmani. Dopo gli attacchi dell’11 settembre, ha affilato le frecce contro l’islamismo rivendicato o travestito, ha difeso il « diritto alla blasfemia ed alla caricatura », castigato il « comunitarismo », condannato i « doppi discorsi », in particolare quello del famoso predicatore Tariq Ramadan. Quando questo fu accusato di stupro, fu proprio lei a raccogliere in esclusiva la storia di una delle presunte vittime, mentre era già coinvolta nella sua avventura cinematografica tra Marocco e Kurdistan. « Scusate, sono in pausa mediatica, grazie per la vostra comprensione », scriveva sotto forma di e-mail tipo ai conduttori televisivi o agli organizzatori dei talk show che l’invitavano. Continuando i suoi editoriali solo per il giornale Marianne. 

E poi, poco prima di Natale, ha organizzato qualche proiezione. Io, ho assistito a quella del 10 dicembre (2018 ndr), al Club Paradiso, un cinema privato, non lontano dall’Odeon. Quel giorno, il montaggio non era ancora terminato, il suono ancora da perfezionare. Tra il piccolo gruppo di venti spettatori, erano presenti Curdi e Yezidis, tutti riuniti. E anche dei francesi impegnati a sostenere la loro causa, tra di loro uno che aveva combattuto contro lo Stato islamico in Siria. Sisters in Arms, mi spiegano quando la luce torna nella sala, è un condensato di tutte le passioni e convinzioni della loro energica amica. « Ed anche delle nostre”, mi dicono. Libertà, Laicità, Universalismo, Uguaglianza dei diritti, il cosiddetto sesso « debole » unito oltre confini e dogmi. Sullo schermo, le « sorelle di Caroline » sono curde, ma anche francesi, italiane, israeliane, americane. Pregano secondo i dogmi della religione musulmana, ebraica, cristiana o non credono in nessun dio. Volontarie contro la barbaria jihadista. « In a land of unthinkable brutality, a group of female warriors is winning the fight against Isis.» « In una terra di una brutalità impensabile, un gruppo di donne guerriere sta vincendo la lotta contro Isis. » La frase é riportata sul teaser che é stato mostrato ai distributori. Il trailer promette azione e suspense. “Ho realizzato un film di guerra femminista. Piuttosto innovativo, no?” Esclama la Fourest, con aria coraggiosa.E’ stato un video, atroce, che ha scatenato il suo desiderio di combattere, camera in mano. Dei jihadisti che si divertivano a filmarsi mentre commerciavano delle giovani donne Yezidi rapite dallo stato islamico nell’agosto 2014 nella regione del Sinjar in Iraq. « Oggi è il giorno del mercato degli schiavi e tutti avranno la loro parte. Chi vuole vendere?” diceva uno. « Io », rispondeva un altro. « Pago tre biglietti. Ma se ha gli occhi azzurri, la scambio con una pistola », esclamava un terzo, mentre un altro ancora aggiungeva: « Ha 15 anni? Devo controllargli i denti.” Le Immagini circolavano sul web. Come quasi tutti all’epoca, Caroline Fourest non aveva mai sentito parlare degli abitanti di Sinjar, la maggior parte dei quali erano curdi. Ma curdi non musulmani, seguaci di una religione più antica, lo Yezidismo, considerati « adoratori del diavolo » agli occhi dei pazzi di Allah. Qui i fanatici di Daech hanno compiuto un vero e proprio genocidio, giustiziando gli uomini, arruolando giovani ragazzi tra le loro fila, riducendo le donne in schiavitù sessuale dopo averle convertite con la forza. Hanno esercitato la loro tirannia sulle montagne del Sinjar per un anno. Sono stati i curdi che, con il sostegno dell’aviazione americana, sono riusciti a contrastarli. L’assalto finale é passato quasi inosservato in Francia. Ha avuto luogo il 13 novembre 2015, mentre gli attacchi islamisti stavano insanguinando le strade di Parigi, nove mesi dopo quelli effettuati all’Hyper Cacher alla Porta Vincennes e nei locali di Charlie Hebdo. Sinjar, epicentro dell’orrore e poi della resistenza al terrore. Quando Caroline Fourest ha deciso di andarci nel luglio 2016, non dormiva da mesi. Il ricordo dei suoi amici vignettisti e giornalisti assassinati dai fratelli Kouachi la perseguitava. Esiste un rimedio a ciò? Sapeva solo di voler incontrare le sopravvissute del mercato degli schiavi ed anche le combattenti curde che le avevano liberate. Le combattenti, soprattutto, i cui volti cominciavano ad apparire in tutti i reportage, a volte in immagini « glamour » della guerra. L’intellettuale, indossato l’abito da reporter parte con la donna con cui condivide la sua vita da oltre vent’anni, la politologa Fiammetta Venner.

« Fiam' » e “Carò », così come le chiamano gli amici intimi. Una coppia affiatata, ammirazione reciproca, binomio professionale. I loro temi preferiti sono identici e si riflettono in diversi documentari o libri scritti a quattro mani. In questo duo, la più discreta, Fiam’, non è la meno importante. Nata in Libano, dove ha conosciuto la guerra, parla arabo, scruta alti e bassi del Vicino e Medio Oriente ed anima su Internet un “osservatorio dell’Islam politico e dei Fratelli Musulmani » – Ikhwan Info. Conosce anche ciò che da molto tempo sogna la sua partner: diventare una regista. E quello che Caroline vuole…

La giornalista e saggista ha già i suoi produttori. Li ha incontrati per caso, ad una cena a Parigi. Sono neofiti quasi quanto lei e hanno appena trent’anni. Il primo, Léo Maidenberg, ha appena creato la propria azienda (Place du marché). Ha al suo attivo solo una manciata di cortometraggi. Il secondo, Jad Ben Ammar, non ha un curriculum molto più fornito. Ma è il figlio di Tarak Ben Ammar, un ricco uomo d’affari che ha iniziato a costruire la sua fortuna creando studi cinematografici in Tunisia e che conosce il mondo intero, da Vincent Bolloré a Silvio Berlusconi. Le sue attività si estendono all’audiovisivo al mondo dello spettacolo. Ma da lì a buttare i soldi per qualcuno che, durante la notte, si é improvvisato regista…….. »Carò, Jad e Léo” nonostante tutto ci credono ed ironizzano sulla squadra che hanno appena formato: « Una lesbica, un arabo, un ebreo! “ Riassume Maidenberg. Non é fatto apposta, ma per un film che vuole decantare la tolleranza, Cosa potevamo sperare di meglio? 

Caroline Fourest immagina un’opera per il grande pubblico. Difende la complessa « causa curda », naturalmente, come Bernard Kouchner, Bernard-Henri Lévy o Manuel Valls, a cui è vicina. Non ignora la tragica storia di questo popolo millenario ma senza uno Stato, a cavallo tra Turchia, Iran, Iraq e Siria, molto spesso represso, a volte tollerato, regolarmente abbandonato dai suoi alleati americani o europei nonostante tutto ciò (soprattutto oggi) che l' »Occidente » gli deve. A Kobane, Raqqa o Mosul, i Curdi erano in prima linea nella lotta contro Daech. Caroline non ha dimenticato quello che Charb, il direttore di Charlie Hebdo, aveva scritto qualche mese prima di essere ucciso dai fratelli Kouachi: « I curdi difendono tutti noi. Sono l’umanità contro le tenebre, il nostro ultimo baluardo.” Ma è anche al corrente delle lotte fratricide di questi eterni apolidi per il controllo di porzioni di territorio o dell’avvicinamento di alcuni tra loro con Bashar El-Assad, il tiranno di Damasco, dopo essersi sentiti traditi dagli americani. Sa che i ribelli del PKK hanno compiuto attentati e che questo ex partito marxista-leninista, fondato in Turchia, rimane considerato dagli Stati Uniti e dall’Unione europea come un gruppo terroristico. Tutto ciò, la saggista lo farà solo affiorare nel suo film. Pazienza se le verrà rinfacciato. Questa volta non è una giornalista. Sta facendo cinema! Senza poter evitare di intraprendere una guerra. Ognuno é come é.

Gli estremisti islamici sono diventati maestri nella propaganda. Sui social network, offrono ai ragazzi immagini di guerrieri invincibili e sanguinari ed alle ragazze modelli di mogli devote o martiri. « A questo eroismo morboso ed orrendo, dobbiamo contrapporne un altro, luminoso, quello della resistenza e della grande avventura per i diritti delle donne », spiega Caroline Fourest ai suoi due produttori. Il suo target, aggiunge, “sono i ragazzi di 25 anni. Sarà necessario mettere della musica, molta musica e, se necessario, lei stessa scriverà i testi. In inglese per mirare largo. Non cercheremo di giocare al più intelligente. Non ci compiaceremo nel cinismo, l’ironia, il disfattismo….. Glorificheremo. E perché’ no? Chi dirà che questa guerra non è giusta?

E’ un uomo ad essersi più volte, adagiato sulla sua spalla mentre scriveva la sceneggiatura. Lo « scrittore-avventuriero » – così come si definisce lui stesso – Patrice Franceschi. « Ho consigliato Caroline soprattutto a livello militare », mi dice. Ex paracadutista, aviatore, marinaio, ufficiale di riserva, questo soldato corso ha scritto un libro (Mourir pour Kobané, Éditions Perrin, 2015) sulla sua « compagnia » con i combattenti curdi in Siria tra il 2014 ed il 2015. Era al loro fianco anche durante la battaglia di Raqqa nel 2017. E nel frattempo, li ha aiutati ad ottenere una rappresentanza ufficiale in Francia, situata non lontano dal municipio di Parigi. La « rappresentanza Rojava” dal nome della provincia della Siria settentrionale, che ha proclamato la sua autonomia nel 2016. « Questi curdi – ha ribadito l’avventuriero Franceschi alla sceneggiatrice Fourest – sono coloro ad aver meglio agito nella regione, in termini di libertà individuale e collettiva, giustizia economica, rispetto delle minoranze, laicità e soprattutto uguaglianza di genere. « Le donne che indossavano l’uniforme, le vede ogni volta che ritorna li. Alcune combattono in unità miste (YPG), altre nei battaglioni femminili (YPJ). Spesso molto giovani, sono state sottoposte ad un intenso addestramento militare e ideologico. Il loro movimento di guerriglia, più o meno affiliato al PKK turco, segue gli insegnamenti del suo fondatore, Abdullah Öcalan (condannato all’ergastolo da Ankara). Nelle loro stanze é appeso anche il ritratto di Rosa Luxembourg. Le femministe rivoluzionarie sono le loro icone. Sul piano operazionale, queste donne combattenti non hanno nulla da invidiare agli uomini. Possono essere i loro leader. Persino i più maschilisti hanno finito col rassegnarsi a ciò. Per andare al fronte, spesso hanno dovuto emanciparsi da padri o fratelli, da tradizioni familiari, da « codici d’onore », precetti religiosi. Molte tra loro, hanno soccorso le schiave Yezidi a Sinjar, e successivamente le hanno addestrate a combattere. Sono queste le modelle di Caroline Fourest, coloro che hanno ispirato i personaggi principali della sua sceneggiatura. All’inizio del 2017, la sceneggiatura era terminata. I due produttori riusciti ad ottenere un primo finanziamento, quello di Eagle Pictures, società cinematografica italiana di cui Ben Ammar senior è azionista. Una scommessa di partenza (« 600.000 euro », precisa il figlio) quasi ridicola, considerate le ambizioni della Fourest e dei suoi due complici. Loro prevedono un « lungometraggio in inglese, internazionale, a grande budget, almeno 12 milioni di euro ». Forse un regista di fama potrebbe attrarre investitori? Jad e Léo volano a Vienna, dove vive il tedesco Oliver Hirschbiegel. Il regista di The Fall (un film del 2004 sugli ultimi giorni di Hitler) legge la sceneggiatura. E non gli piace. Vuole cambiare tutto.

Ad ascoltare oggi il trio, è « Marceline » a sbloccare la situazione. Marceline Loridan-Ivens, la regista e scrittrice sopravvissuta ad Auschwitz, « sorella di campo » di Simone Veil. Il suo appetito per l’esistenza senza limiti. Fino alla sua morte all’età di 90 anni, nel settembre del 2018, continuava a ricevere, nel suo appartamento a Saint-Germain-des-Près, una banda di giovani che la ammiravano. E tra questi, Léo Maidenberg. Un giorno, quest’ultimo porta Caroline Fourest a casa della sua straordinaria amica. « Cos’è questo maschilismo » grida la novantenne infuocata quando viene a conoscenza delle cattive maniere di Hirschbiegel. Non avrete intenzione di affidare questo film ad un uomo, per di più tedesco! E’ Caroline che deve realizzarlo.” La vecchia signora vuole persino diventare una delle sue attrici. « Caroline in carica, è una buona idea », dice Tarak Ben Ammar, che è ancora l’unico finanziatore del progetto. A condizione, ovviamente, che lei riduca le sue aspettative sul budget. La Fourest, predice, vergine di qualsiasi esperienza cinematografica, non riuscirà a raccogliere più di 5 milioni di euro. Ed ancora….

« Beh, e allora, quando iniziamo a girare? » chiede regolarmente Marceline Loridan-Ivens. E’ per ridere. Era una regista e sa che queste cose richiedono tempo. Un po’ troppo per i gusti del trio. Sulla scia di Eagle Pictures, il canale France 2 ha accettato di sostenere « le sorelle ». Delphine Ernotte, CEO di France Télévisions, ritiene che questa sia « la missione del servizio pubblico », se ne compiace la Fourest, che nel frattempo ha trovato le sue attrici principali. Due tra loro sembrano esserle predestinate. La svedese Dilan Gwyn, che interpreta la giovane Yezidie venduta ad un leader jihadista, è la figlia di un poeta indipendentista Curdo-Turco, Orhan Kotan, che ha conosciuto le carceri di Ankara prima di andare in esilio a Stoccolma. La francese Amira Casar, che sarà a capo del battaglione femminile, ha un nonno curdo (iraniano), “pioniere », spiega lei stessa, « dell’aviazione militare persiana degli anni ’30 ». Nata a Londra, poliglotta, sarà confrontata, per la prima volta sullo schermo, con le sue origini, che, del resto, ha raramente evocato. « Il popolo curdo ha subito, per secoli, un’enorme ingiustizia », mi dice oggi senza mezzi termini. Non l’ha mai detto così chiaramente e pubblicamente prima d’ora. « Questo film », mi confida, « è la sfida più impegnativa che ho dovuto girare negli ultimi anni.” Poi all’improvviso, le sue parole si fermano per salutare le donne che « là, lottano per la libertà di tutti noi in Europa »: “Un Coraggio,una dignità esemplare, un senso del sacrificio, un fervore, una disciplina di ferro. » Quanto a Caroline Fourest – che, nota passare li affianco, « è dotata di un potere persuasivo fenomenale » – poi la chiama, non esita un attimo. E le spiega di come onorerà il suo personaggio di comandante, interpretandolo con « un’autorità gentile ». « Dobbiamo uscire dai cliché che troppo spesso affliggono i curdi: terroristi, marxisti, primitivi, montanari…. ».

Camélia Jordana, invece, non ha alcun legame con il Kurdistan. E’ la nipote di immigranti algerini, suo nonno era un attivista dell’FLN. E’ quasi divertente: la saggista ad assumerla per il suo primo film è etichettata come « islamofobica », anche da intellettuali di fama internazionale. Nelle fogne della Rete, Caroline Fourest è anche definita « agente del Mossad »! L’attrice (e cantante scoperta a 16 anni dall’emissione M6, La Nouvelle Star) non batte un ciglio difronte a ciò. Conosce anche lei, stupidità e delazione: « Per gli antisemiti, sono una « puttana sionista » perché ho girato Le Brio (2017) con Yvan Attal. Mentre altri, altrettanto razzisti, la chiamano « sporca araba  » sui social network. La Giordania è al crocevia tra odio e deliri trai più disgustosi. Ma lei e’ « corazzata ». Niente la spaventa. Quando la Fourest si recò da lei, le rispose: « Donne contro Daech? Sono da mesi le mie eroine!” Quindi sì, è con piacere ed entusiasmo che in « Sister in arms » sarà Kenza, una parigina cresciuta nella religione musulmana che si unisce alla resistenza curda. Mano nella mano con l’amica Yaël (Esther Garrel), una franco-israeliana la cui nonna conosceva i campi di sterminio nazista (il ruolo che Marceline Loridan-Ivens avrebbe voluto interpretare se ne avesse avuto il tempo). Lo scenario di Caroline Fourest riempie tutte le caselle del dialogo tra culture. Non manca un bullone. La sua « brigata internazionale » comprende anche un afro-americana (l’unica religiosa della squadra, che si fa il segno della croce ogni volta che si siede al tavolo) ed una rivoluzionaria della sinistra italiana.

Utopia a virtù pedagogica. Nella realtà, i volontari stranieri sono spesso trai più disparati e molto meno numerosi degli antifascisti che sostenevano i repubblicani spagnoli contro Franco alla fine degli anni Trenta. Accanto ai curdi, ci sono così tanti ex soldati bisognosi di avventura che idealisti. Un legionario francese, Gabart, che diceva di voler “vendicare i giovani del Bataclan », ha combattuto fino alla morte a Raqqa. Una femminista e sindacalista inglese, Anna Campbell, ha perso la vita nei bombardamenti ad Afrine. Un’unità LGBT (« The Queer Insurgency Army ») il cui emblema è un fucile d’assalto AK-47 su sfondo rosa, ha fatto un breve tour su Twitter qualche tempo fa. I suoi membri, non più di una dozzina, posavano con una bandiera arcobaleno, mentre inviavano comunicati in cui richiedevano di “cancellare la binarietà di genere ». C’è stato anche un « battaglione internazionale di liberazione” dove i Rojava si mischiavano ad anarchici, libertari e militanti di estrema sinistra di tutti i paesi. Molti dei personaggi della Fourest li assomigliano, nonostante lei non abbia mai sentito un odore di santità in questi ambienti. La sua sceneggiatura trasborda di empatia. Non vuole provocare nessuno. « I miei dialoghi », dice, « sono passati al setaccio. « Non offendono né i credenti né gli ideologi, eccetto quelli di Daech, ovviamente.” Per cancellare la ferocia dei litigi tra le diverse fazioni curde, ha deciso di mescolare i loro colori e le loro insegne in modo da inventare pittogrammi carichi di consenso per i costumi indossati dalle sue attrici o per gli emblemi che brandiscono. « Riunirò i Curdi sotto un unica bandiera!” Perfezionista e militante, ha cercato di instillare messaggi fino all’ultimo dettaglio. Come nella scena durante la quale Camélia Jordana mostra il ritratto, incastonato in un medaglione, di Katia Bengana, una studentessa del liceo uccisa in Algeria da fanatici del GIA nel 1994, perché si era rifiutata di indossare l’hijab. Foto utilizzata con il permesso dei genitori della ragazza, commossi ed in lacrime, quando la Fourest li ha chiamati in Cabilia. Pensa anche di dare ad un altro dei suoi personaggi, un bimbo Yezidi assoldato da Daech, il nome del suo interprete, Shaheem, che le ha fatto da guida a Sinjar e che, pochi mesi dopo, é morto a Mosul per salvare una ragazza durante le evacuazioni civili che conduceva con una ONG americana.

Come capire, si chiedeva a metà del 2017, che così tante porte si chiudessero difronte ad uno scenario del genere? Ad eccezione di Eagle Pictures e France 2, gli altri coproduttori o distributori prima la illudevano per poi dirle che non l’avrebbero ricevuta od offrirle somme ridicole. E per ovvie ragioni! Un secondo lungometraggio, aveva finito per scoprire, era in preparazione sullo stesso argomento. Intitolato Les Filles du soleil, diretto da Eva Husson, che gode di un piccolo successo di critica, era già in fase avanzata e sostenuto da Canal +. Nel ruolo principale: la talentuosa attrice franco-iraniana Golshifteh Farahani. “Ci saranno almeno un centinaio di film sul Vietnam », rispondeva la Fourest a chi le consigliava di gettare la spugna. E come sempre, senza darsi per vinta ha continuato ad andare avanti. Fino al Kurdistan iracheno. La regione è relativamente calma ed autonoma dalla caduta di Saddam Hussein. Carò arriva nella capitale, Erbil, all’inizio del luglio 2017, sempre in compagnia di Fiam’. Non solo non intende abbandonare il suo film, ma vuole farlo qui, a un centinaio di chilometri da Mosul, dove risuonano ancora gli echi degli ultimi bombardamenti contro Daech. Il presidente dell’Istituto curdo di Parigi, Kendal Nezan, l’ha presentata alle autorità governative con cui Bernard-Henri Lévy, autore di un documentario epico sull’esercito regolare locale – Peshmergas (2016) – ha fatto amicizia. « Grazie a lui – dice Jad Ben Ammar – abbiamo ottenuto le autorizzazioni firmate dai militari che garantivano la sicurezza di attori e squadre tecniche. Ma quando le abbiamo mostrate alle compagnie di assicurazione, ci hanno riso in faccia. »

In autunno, Caroline Fourest ha subito un’altra delusione. E notevole. Il CNC (Centre national du cinéma) ha infatti rifiutato di concederle l’anticipo sugli incassi in cui lei sperava da mesi. Quando ha chiesto il perché, le è stato detto: « un progetto troppo ambizioso » e « eroicizzare le donne combattenti ». Due qualità ai suoi occhi. Ma che i membri della giuria hanno visto come difetti. Anche la sua concorrente, Eva Husson, non ha intascato i preziosi finanziamenti pubblici, ma quanto meno ha già iniziato a girare. Certo, in Georgia, ma almeno il suo film é in fase di realizzazione. Mentre quello della Fourest ancora in fase di budget. Nonostante tutto, Henri de Roquemaurel, direttore della divisione immagine di BNP-Paribas, non l’ abbandona. Continua ad aspettare con pazienza. Mentre Sisters in Arms assomiglia sempre più a una chimera.

« Le battaglie, i combattimenti….. Imposta il tuo pitch su questo. Non dimenticare!” Léo Maidenderg e Jad Ben Ammar preparano nervosamente la loro regista prima dell’ultima opportunità. Sono riusciti ad ottenere per lei un incontro con uno dei papi di quello che viene chiamato « cinema di genere »: Samuel Hadida, il boss della Metropolitan Filmexport, la famosa società che ha come logo un cavallo alato. Produttore e distributore, con sede a Parigi, ma in sintonia con Hollywood, Hadida è (o meglio era, poiché è morto nel novembre 2018) un fan dei film fantastici o Hong-Konghesi (Jackie Chan, John Woo), della « new wave » americana (Tarantino ai suoi esordi), dei thriller più o meno horror. Sempre tra due aerei, non ha molta familiarità con la carriera di Caroline Fourest e con le incessanti polemiche che si trascina dietro, come uno sciame ronzante. Ma « un film di guerra femminista », sì, questo gli parla. Ed é disposto ad indagare sul progetto. Passano i mesi e l’accordo non è ancora concluso. Nel frattempo, il trio si assume rischi folli: lancia senza alcuna garanzia i preparativi per il tournage. Non in Kurdistan ma in Marocco, che ha già ospitato molte produzioni. « Anche quella di Ridley Scott », condividono con la Fourest per consolarla. « Carò, Léo e Jad” iniziano a spendere soldi quando il loro progetto non è, come dicono in gergo, « greenlighté ». Tutto ciò mentre alla fine di febbraio 2018, gli arriva l’eco che il film di Eva Husson é già stato selezionato al Festival di Cannes. Les Filles du Soleil sarà proiettato su La Croisette. E’ la rovina. E poi, all’inizio di aprile, la risposta della Metropolitan che arriva. « Andiamo! « dice Samuel Hadida. Le Sisters in Arms sono salve. Mentre per quanto riguarda le Filles du Soleil, saranno demolite dalla critica, talvolta anche in modo oltraggioso. La Fourest mi giura di non aver visto il film della Husson. E’ vero che non è rimasto in sala per molto tempo.

La comandante Khatoon ha i capelli biondi. E’ stata a lungo una contadina nel suo villaggio Yézidi. Nei fine settimana, cantava al karaoke. Quando Daech ha tagliato la gola dei suoi due figli, si è unita ai Peshmergas. Caroline Fourest, che l’ha conosciuta a Sinjar, vorrebbe che volasse a Marrakech con alcunie delle sue compagne per le riprese. Il simbolo sarebbe così forte se potesse unirsi ai battaglioni delle comparse. Se non possiamo andare a Sinjar, almeno portiamolo da noi. Ma alla fine, la regista deve arrendersi, di fronte ai problemi legati ai visti ed ai valichi di frontiera. Finisce per sostituirli con alcuni rifugiati curdi, stabiliti in Marocco. Mentre a Parigi, Kendal Nezan, presidente dell’Istituto, studioso ed autore di un dizionario, valida i dialoghi, giostrandosi tra le tre lingue utilizzate dai suoi compatrioti (Kumandji, Zaza, Sorani). “Lavoro anche come coach », mi disse. « Aiuto Amira Casar a trovare l’accento perfetto.” Anche Hemin Anthony Chamon, che dirige l’Association des Yézidis de France, dà il suo consiglio. « Caroline Fourest », afferma oggi, « non ha tradito la nostra causa. Tra coloro che hanno cercato di raccontarla al cinema, é colei che l’ha capita meglio.” 

Con un budget di soli 5,6 milioni di euro raggiunto a mala pena grazie ad un contributo di Canal + concesso all’ultimo minuto grazie, come mediatore, a Tarak Ben Ammar, il padre di Jad. Tutto è calcolato fino all’ultimo centesimo. Cachets modesto per le attrici, risparmi di ogni tipo. Le armi offerte da Cybergun, uno specialista in « tiro al volo » e paintball. Ed anche il direttore della società, Dominique Romano, proprietario di un fondo di investimento – che si è fatto conoscere con il sito vente-privee.com – è nella lista dei donatori che hanno contribuito a completare il piano di finanziamento. 

Le riprese durano quasi due mesi nella zona industriale di Marrakech e nei villaggi circostanti. Una ventina di gendarmi e poliziotti in borghese sono in servizio. Ma gli unici allarmi provengono dalla Francia, dove un sito di cospirazione islamica insegna ai suoi lettori a localizzare Caroline Fourest. Invano. I marocchini che la riconoscono nei caffè o nei ristoranti le offrono solo « congratulazioni ed incoraggiamenti », dice. E quando, nel villaggio di Tahannaout, viene eretta una replica di un tempio di Yezidi, gli abitanti fanno sapere che vogliono conservarla come segno di solidarietà », dice Fiammetta Venner. In qualità di direttrice artistica, la politologa, tiene sott’occhio scenografie e costumi, disegnati con cura maniacale dalla sua partner. Mentre per le scene di guerra, sparge per le strade della carne marcia ricevuta dal mercato. L’odore di morte che regnava durante la guerra in libano è ancora nelle sue narici ed anche le attrici devono respirarlo per accentuare l’effetto della verità. Le riprese terminano ad inizio giugno. Cosa fanno Carò e Fiam’ a luglio? Volano un’ultima volta nel Kurdistan iracheno, con grande disappunto dei loro due produttori: “Ma cosa vi prende? Il film è finito.»

No! Sulle montagne curde, il comandante Khatoon e la sua squadra femminile stanno aspettando le due donne francesi. Arrivano, 50°C all’ombra, con una telecamera montata su un drone acquistato (« 1.000 euro ») a proprie spese. Appollaiate su uno dei ventisette veicoli corazzati che un colonnello Peshmergas, liberatore di Mosul, ha portato in loro onore, filmano, come due generali al lavoro, carri armati nel deserto e battaglioni di donne soldato. A Parigi, queste immagini andranno, hanno giurato ai Curdi, sul banco di montaggio. Promessa mantenuta: in Sisters in Arms si può vedere, guardando attentamente, la comandante Khatoon e le sue compagne. Camminano fiere, incarnazione vivente di questa sorellanza trionfante. 

Questo articolo si trova nel numero 66 (marzo 2019) di Vanity Fair France.

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