“Schiaffi e pugni, poi lo stupro”. Due donne contro Tariq Ramadan

Francia, il teologo star dell’islam travolto dalle denunce. Dopo la scrittrice Ayari, il drammatico racconto di Christelle

Fioccano testimonianze in Francia contro Tariq Ramadan, il teologo star dell’islam travolto da una seconda accusa di stupro in dieci giorni. Dopo la scrittrice Henda Ayari, Christelle, una francese di 45 anni convertitasi all’islam, ha denunciato gli episodi di ultraviolenza di cui si dice vittima. «Una campagna di calunnie» orchestrata dai «nemici di sempre», ribatte su Facebook lo studioso con passaporto elvetico, rivoltosi anch’egli alla giustizia per fermare ciò che definisce la «macchina del fango». La cruda testimonianza di Christelle – nome di fantasia per il timore di ritorsioni – ha scosso un Paese già turbato dal caso Weinstein, anche se gli alti esponenti dell’islam di Francia osservano il massimo riserbo, in attesa che la giustizia faccia il proprio corso.

La presunta aggressione risale al 2009. La francese disabile con un tutore alla gamba sogna di incontrare l’illustre prof di Oxford per una consulenza spirituale. Comincia uno scambio epistolare, un anno di corrispondenza, prima che lui accetti di riceverla. L’appuntamento viene fissato a margine di una delle sue tante conferenze all’Hotel Hilton di Lione. Ramadan accoglie la donna nella hall, poi le propone di continuare il colloquio in camera, dinanzi a un tè. La fiducia della donna è totale, difficile non soccombere al fascino di questo maestro di dialettica dall’allure principesca, nipote del fondatore dei Fratelli Musulmani. E però, racconta Christelle nella testimonianza alla polizia rivelata da Le Monde, è l’inizio dell’inferno: Ramadan affonda un calcio contro le stampelle della donna poi l’apostrofa minaccioso: «Mi hai fatto aspettare, ora la pagherai cara». Nel film di quei momenti la donna evoca schiaffi, pugni nello stomaco, fino alla sodomia e al doppio stupro. «Ho urlato di dolore, gridando basta», ma sull’Arancia Meccanica di Lione non è ancora scritta la parola fine. «Più urlavo, più picchiava», insiste la donna, che di quelle botte dice di conservare i referti medici. Fino al devastante epilogo: «Mi ha trainata per i capelli in tutta la stanza, poi mi ha portata nella vasca da bagno per urinarmi addosso».

Un episodio seccamente smentito dal diretto interessato, ma il cui livello di brutalità ricorda quello descritto da Henda Ayari, la prima a denunciare il prof di Oxford il 20 ottobre. «Mi ha strangolata talmente forte che pensavo di morire», ha raccontato ieri al Parisien. Ex salafita, la donna scelse nel novembre 2015 di togliersi il jilbab indossato da quando era ventunenne e denunciare il marito fondamentalista violento. Anch’essa cercò consiglio in Ramadan ma lui, stando alla versione dei fatti, ricambiò con stupro e minacce di morte ai figli. La speranza – ha detto – è che adesso «altre vittime osino parlare e denunciare questo guru perverso che usa la religione per manipolare le donne». Ayari presiede l’associazione Libératrices e ha scritto un libro sulla sua esperienza. «Un comportamento degno di Weinstein, forse più violento», tuona la scrittrice e paladina della Laicità, Caroline Fourest. Sull’inchiesta per stupro e minacce di morte indaga la procura di Parigi.

La Stampa

PAOLO LEVI

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L’intervista; «È il nuovo machismo, fomentato dalla religione»; La femminista Fourest: «Uscire in gonna in certi quartieri diventa un gesto di coraggio»

Razzismo e sessismo Capita che le vittime preferite del razzismo siano le principali responsabili del sessismo

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

PARIGI «Bisogna essere prudenti, l’inchiesta non è ancora finita. Ma bisognerebbe essere ciechi per non vedere che l’intolleranza sta crescendo, che certi giovani si comportano da machisti violenti. L’ascesa del machismo nei quartieri popolari non è una novità». Caroline Fourest, femminista autrice di molti saggi tra cui «La tentazione dell’oscurantismo», schierata contro l’estrema destra e contro l’integralismo islamico, non è sorpresa dai fatti di Tolone.

È possibile legarli alla questione religiosa e all’islamismo?

«Inutile girare intorno al problema, al di là del caso specifico il machismo oggi esplode perché c’è un ritorno dei valori tradizionali e religiosi, che danno la sensazione a qualcuno di essere autorizzato a fare la morale agli altri».

Come il 31 dicembre a Colonia, quando le donne furono molestate perché erano occidentali e quindi troppo libere?

«Gli aggressori possono essere più o meno praticanti, ma sarebbe naïf ignorare il legame tra l’aumento della violenza integralista e il fatto che dei machisti si autorizzano a richiamare le donne all’ordine su come si vestono. Non sono automatismi ma fanno parte di un clima, e il fondamento di tutto è il ritorno della dominazione maschile. Il punto comune tra i fatti di Colonia, le aggressioni per strada o l’ascesa di un radicalismo più strutturato e religioso, è il ritorno del machismo, nella sua forma più violenta e volgare».

Il machismo precede la religione?

«Andrei più lontano, direi che il ritorno della religione dipende dal desiderio di ritornare alla dominazione maschile. Le nuove generazioni si attaccano alle motivazioni religiose perché queste offrono loro il pretesto di potere insultare le donne per strada, di picchiarle, di sfogare la loro frustrazione. I Paesi arabi o musulmani non sono certo i soli a conoscere questo fenomeno. C’è una cultura patriarcale che prospera a quanto più l’identità religiosa è forte, perché tutte le religioni favoriscono il machismo. Ma quando uno cresce in una cultura in cui la religione è così esacerbata, ha più facilmente la sensazione di potersi comportare come un piccolo tiranno».

Quanto conta la polemica sul burkini?

«Il compito della democrazia è veramente difficile, perché bisogna trovare un equilibrio sottile. Io ho preso posizione contro le ordinanze anti-burkini, ma quell’indumento è il sintomo di un regresso terribile. Il miglior modo di dissuadere dalla moda machista del burkini è di educare alla parità nella scuola laica, non attraverso i divieti in spiaggia. Il Consiglio di Stato ha fatto bene a cassare le ordinanze dei sindaci, ma allo stesso tempo è giusto affrontare il problema, difendere la parità nella scuola, lavorare alla radice perché questo machismo indietreggi».

Come giudica le femministe francesi al riguardo? Forse timide?

«Confondono rispetto del diritto e abbandono della lotta femminista. La maggior parte delle femministe sono anche militanti anti-razziste. Anche io lo sono. E infatti oggi è difficile condurre due battaglie allo stesso tempo, lottare contro il razzismo e anche contro il sessismo, perché capita che le vittime preferite del razzismo siano talvolta anche i principali responsabili del sessismo. Io sono femminista, laica e anti-razzista, non rinuncio a nessuna delle tre lotte».

Quest’estate, durante un incontro pubblico a Milano, lo scrittore Michel Houellebecq ha detto che le donne italiane si vestono in modo più attraente delle francesi, perché queste ultime ormai hanno paura di essere infastidite per strada. Lei ha la stessa impressione?

«Non saprei se ci sono davvero differenze tra Milano e Parigi. Ma è vero che nei quartieri popolari, in Francia, andare in giro in gonna o in pantaloncini corti è diventato un gesto di coraggio. Vent’anni fa non era così».

Stefano Montefiori

9 septembre 2016

Corriere della Sera

Il dibattito; Charlie Hebdo duello francese

Due intellettuali francesi si scontrano in questi giorni – per libri interposti – su blasfemia, Charlie Hebdo e libertà di espressione. Il solo fatto che simili questioni siano oggetto di dibattito e controversia indica quanto siamo già lontani dallo «spirito dell’11 gennaio», quando milioni di francesi scesero in piazza con i manifesti «Je Suis Charlie» in solidarietà con le vittime degli attentati. «Chi è Charlie?» si interroga in un saggio lo storico e sociologo Emmanuel Todd . «Ho vissuto l’11 gennaio come un lampo totalitario, tutti parlavano di libertà ma per la prima volta in vita mia ho avuto paura di esprimermi». Perché per Todd, quei quattro milioni di francesi in piazza «sono stati una perdita di sangue freddo, una pura e semplice truffa. È stata la difesa del diritto incondizionato a calpestare Maometto, personaggio centrale di un gruppo debole e discriminato».

In questo clima di riflusso, l’«Elogio della blasfemia» di Caroline Fourest sottolinea che molti adesso, a quattro mesi dagli attentati, incolpano i disegnatori perché «se la sono cercata»; tesi che ricorda l’«aveva la minigonna» degli stupratori di un tempo. E chi evoca le disuguaglianze sociali in Francia come giustificazione dimentica che i grandi terroristi islamici – da Osama Bin Laden a Jihadi John – sono istruiti e benestanti, mentre è un musulmano sans papiers Lassana Bathily, l’eroe che ha salvato sei ebrei durante l’attacco al supermercato kosher.

Stefano Montefiori

Corriere della Sera

Charlie Hebdo: Sky News censura vignetta in diretta.

(ANSA) – LONDRA, 15 GEN – La tv britannica Sky News ha di fatto censurato la vignetta su Maometto che piange apparsa sull’ultimo numero di Charlie Hebdopubblicato ieri dopo la strage di Parigi.

La giornalista Caroline Fourest, ex collaboratrice della rivista satirica, mentre era intervistata in diretta dal canale all-news ha tentato inutilmente di mostrare l’ultima copertina del magazine ma subito la regia ha tagliato il suo intervento ed è tornata a inquadrare la conduttrice. Il video con la scena imbarazzante è stato pubblicato su media e social network. (ANSA).

Parigi, investita poliziotta ma è un incidente. Ministro Giustizia: « Possiamo disegnare tutte le religioni »

Tensione alle stelle nella Capitale, dove un’auto in fuga dopo aver travolto un ‘agente fa scattare l’allarme. Hollande: « Musulmani prime vittime del fanatismo ». Ministro della Giustizia: « Nel Paese di Voltaire siamo in grado di ritrarre tutto, compreso un profeta ». Celebrati i funerali di Wolinski e Tignous PARIGI – « La libertà di religione » è essenziale, e « non si uccide in nome di Dio ». La « libertà di espressione è un diritto, ma anche un dovere ». Neppure, dice ilPapa in volo verso Manila, « si offende la religione », ma in questo caso « non si reagisce con violenza ». Papa Francesco così ha parlato, facendo un chiaro riferimento ai fatti di Parigi.

E il diritto alla libertà di espressione è stata ribadita dal ministro della Giustizia, Christiane Taubira: in Francia « siamo in grado di disegnare tutto, compreso un profeta perché in Francia, il paese di Voltaire e dell’irriverenza, abbiamo il diritto di prendere in giro tutte le religioni », ha detto il ministro francese.

Tensione alle stelle. A Parigi la tensione resta altissima: è scattata di nuovo la paura per un semplice incidente stradale. Stanotte una poliziotta di guardia davanti al palazzo dell’Eliseo è stata investita da un’auto con quattro persone all’interno. Immediatamente si è pensato a un nuovo attacco deliberato, stavolta contro il simbolo della presidenza francese: si tratterebbe invece – secondo fonti della polizia citate da Libération – di un’auto che si è data alla fuga per evitare un controllo. « Il conducente – spiega la fonte al quotidiano francese – non era ubriaco e non aveva il profilo di un giovane radicalizzato ».

L’episodio è avvenuto dopo mezzanotte a rue du Faubourg Saint-Honorè, a pochi metri dal palazzo della presidenza. Una Clio nera che procedeva in senso vietato è stata fermata dalla poliziotta. Il guidatore, un ragazzo di 19 anni, sarebbe a questo punto andato nel panico e avrebbe accelerato, investendo la donna in divisa, facendola finire sul tetto del veicolo, e poi dandosi alla fuga. Inseguiti, il guidatore e la persona che era al suo fianco sono stati raggiunti e arrestati. Gli altri due sono in fuga. La poliziotta è stata ricoverata in osservazione, ferita al polso, al ginocchio e alla schiena. Anche il presidente François Hollande si è recato sul posto.

IL LIVEBLOG

Fondatore Charlie si dissocia. Intanto si apre una crepa all’interno di Charlie Hebdo: Delfeil de Ton, 80 anni, uno dei fondatori del giornale, dal 1975 a Le Nouvel Observateur, si dissocia dalla linea del settimanale satirico. « Ce l’ho veramente con te, Charb »: in sei parole l’ex vignettista esprime tutto il suo dissenso nei confronti della provocazione ad ogni costo che fa parte del bagaglio del periodico satirico. « Che bisogno c’era di questa escalation a tutti i costi? », si chiede. Delfeil de Ton se la prende con il suo amico Charb: era un « ragazzo brillante », ammette, ma « un testardo » che ha portato alla morte la sua redazione. De Ton ricorda quando Charb decise, nel novembre 2011, di dar vita al famoso numero del giornale ribattezzato per l’occasione ‘Charia Hebdo’: « Che bisogno c’era di trascinare tutti in questa escalation? ». Poco dopo quella pubblicazione, i locali della redazione furono incendiati. Delfeil de Ton ricorda che Wolinski, il vignettista di Charlie Hebdo più celebre, anche lui assassinato dai fratelli Kouachi, riteneva questa provocazione contro i musulmani un’idiozia, e disse: « Credo che siamo degli incoscienti e degli imbecilli che corriamo un rischio inutile. Tutto qui. Ci si crede invulnerabili. Per anni, decine di anni, si fa provocazione e poi un giorno la provocazione si ritorce contro di noi. Non bisognava farlo ». Wolinski è morto, e Delfeil de Ton aggiunge: « non bisognava farlo, ma Charb l’ha fatto ancora l’anno dopo, nel settembre 2012 ».

Hollande: « Musulmani prime vittime estremismo ». Il presidente francese, in un discorso all’Istituto del mondo arabo di Parigi, ha sottolineato che « il fondamentalismo islamico si nutre di tutte le contraddizioni, delle povertà, dei conflitti non risolti da troppo tempo, e sono i musulmani ad esserne le prime vittime ». Per questo, ha invitato di nuovo a « evitare le confusioni » tra estremisti violenti e musulmani moderati e a rimanere uniti. « Gli atti contro i musulmani, così come l’antisemitismo – ha proseguito Hollande – devono essere non solo denunciati, ma puniti con severità ». E ha ribadito che la Francia si impegna a « difendere tutti i suoi cittadini » indipendentemente dalla religione.

Celebrati i funerali di 5 vittime dell’attacco. Otto giorni dopo l’attacco che ha decimato la sua redazione, Charlie Hebdo, anche oggi richiestissimo nelle edicole francesi, ha sepolto i suoi vignettisti Wolinski e Tignous, figure di punta del settimanale satirico, e tre altre vittime.

SETTE GIORNI DI TERRORE – LA CRONACA

Turchia critica con Charlie. Il giorno dopo la pubblicazione del nuovo numero di Charlie Hebdo, il premier islamico-conservatore turco, Ahmet Davutoglu, ha criticato la pubblicazione delle nuove caricature del profeta Maometto sul settimanale satirico, facendo notare che la libertà di espressione non è « libertà di insultare ». « La pubblicazione della caricatura è una grave provocazione: la libertà di stampa non significa libertà di insultare », ha detto Davutoglu ai giornalisti, prima di partire da Ankara alla volta di Bruxelles. « Non possiamo accettare gli insulti al profeta » Maometto, ha insistito. Il premier, poi, ha accusato il capo del governo israeliano Benjamin Netanyahu di ave commesso crimini contro l’umanità paragonabili a quelli commessi dai « terroristi » di Parigi. « Come i terroristi che hanno perpetrato i massacri di Parigi, Netanyahu ha commesso crimini contro l’umanità, alla guida di un governo che ha massacrato dei bambini che giocavano sulle spiagge di Gaza » ha detto Davutoglu in una dichiarazione trasmessa dalle tv turche.

Merkel: « Germania non è sicura se non lo è Francia ». « La Germania e la Francia sono unite da un’amicizia speciale e in questi difficili giorni stanno insieme. Siamo, insieme, consapevoli del fatto che non esista sicurezza in Germania, se non vi è sicurezza in Francia ». Ne è sicura la cancelliera tedesca Angela Merkel, che ha parlato al Bundestag in merito agli attentati di Parigi, sottolineando che la storia e il destino dei due Paesi è « inseparabile ». Poi ha aggiunto che « non è consentita alcuna discriminazione o sospetto generale sull’islam. Come cancelliera proteggo l’Islam, e così fa questo Parlamento ».

Mosca vieta vignette Charlie, sito le oscura. Le vignette pubblicate ieri da Charlie Hebdo hanno fatto il giro del mondo, ma l’agenzia federale russa per il controllo dei media, Roskomnadzor, ha ordinato al sito « Agenzia delle notizie business » di San Pietroburgo di cancellare dalla sua homepage la foto della copertina dell’ultimo numero del giornale satirico francese. A detta di Roskomnadzor, le vignette sul Profeta violano la legge contro l’estremismo e non vanno pubblicate. Lo riporta la radio Eco di Mosca. Avvertimenti in tal senso erano stati inviati nei giorni successivi alla strage di Parigi a diverse sedi regionali dell’agenzia, tra cui Perm, Komi e Kamchtaka.

Sky News censura vignetta in diretta. La tv britannica Sky News ha di fatto censurato la vignetta su Maometto che piange. La giornalista Caroline Fourest, ex collaboratrice della rivista satirica, mentre era intervistata in diretta dal canale all-news ha tentato inutilmente di mostrare l’ultima copertina del magazine, ma subito la regia ha tagliato il suo intervento ed è tornata a inquadrare la conduttrice. Il video con la scena imbarazzante è stato pubblicato su media e social network.

Giornale algerino:  »Siamo tutti Maometto ». Il quotidiano algerino Echouoruk ha lanciato un’iniziativa contro la rivista Charlie Hebdo, che ha pubblicato nuovamente le vignette considerate offensive nei confronti di Maometto. In prima pagina, il quotidiano ha titolato  »Siamo tutti Mohammed » in risposta alle vignette francesi.  »Siamo contro le offese al profeta e contro il terrorismo », si legge ancora. Il giornale accusa l’Occidente di ipocrisia, mostrando una vignetta con un carro armato che passa sopra i resti di Gaza, Mali, Iraq e Siria con su scritto  »Io sono un carro armato ». Secondo il vicedirettore del quotidiano, Rashid Ould Bousifa,  »la rivista francese ha sfruttato l’attacco subito per stampare tre milioni di copie con le vignette su Maometto ».

Coulibaly a Madrid a inizio gennaio. Amedy Coulibaly, autore dell’attacco contro un supermercato kosher di Parigi, a inizio gennaio ha soggiornato a Madrid. Lo ha fatto sapere il giornale spagnolo La Vanguardia, secondo cui sarebbe stato nella capitale tra il 30 dicembre e il 2 gennaio, insieme con una persona non identificata. Già si sapeva che la compagna dell’uomo, Hayat Boumeddiene, è passata da Madrid nello stesso periodo, per raggiungere Istanbul da cui è entrata in Siria l’8 gennaio.

Hacker islamisti in azione, 19mila siti presi di mira. Negli ultimi quattro giorni, 19mila siti internet francesi sono stati attaccati da hacker islamisti. Lo afferma il sito specializzato in sicurezza informatica ZatazMag. La cifra è stata citata anche dal vice-ammiraglio Arnaud Coustillière, ufficiale generale per la cyberdifesa dello Stato maggiore, che ha garantito la serietà della fonte.

15 janvier 201513:39La Repubblica.it

Le Pen: «Non sono il diavolo di Francia» La leader del Front National in corsa per l’Eliseo: «Ai giovani piaccio perché sono la candidata anti sistema»

Parigi«Vogliono farci credere che l’Europa sia una fatalità, che dobbiamo per forza accettare il “fascismo dorato” dei mercati. Ciò

che è accaduto in Italia è un colpo di Stato compiuto dalle banche per mettere al governo un impiegato di Goldman Sachs… Mi creda, la vera frattura non è fra destra e sinistra, ma fra chi vuole politiche nazionali e chi vuole il mondialismo, l’internazionalismo europeo, lo chiami come le pare. Io mi batto per una nuova politica monetaria, che tenga l’euro come moneta comune, ma non come unica moneta, che ristabilisca il franco e le altre valute nazionali.

Occorre una concertazione fra Stati per arrivare a questo, è chiaro, uno smantellamento comunitario, ma in caso contrario ci sarà

l’implosione. Dove vogliamo arrivare? A sgozzare i greci, e poi gli spagnoli, i portoghesi e gli irlandesi, gli italiani? È un effetto domino perverso, e la Francia non ne sarà risparmiata, perché siamo tutti sulla stessa scala, gradino più alto, gradino più basso… Io voglio il vigore delle nazioni, non il rigore, voglio un patriottismo economico perché siamo popoli liberi: l’austerità

imposta dall’alto ha qualcosa di inumano. Vogliono farci credere che l’euro sia l’unica soluzione, ma alle sue spalle ci sono appena dieci anni di vita, una piccola parentesi nella storia plurisecolare del nostro continente. Certo, occorre ragionarci bene e a fondo, ma sa che cosa più mi inquieta e mi indigna? L’assenza di dibattito, il non volerne parlare, il dare tutto come già finito e definito, un pensiero unico che ha il sapore della dittatura del pensiero».

Marine Le Pen è una bella donna bionda, è nata nell’anno storico della Contestazione, il 1968, è sposata e divorziata, porta un cognome pesante che la ancora a un passato che non ha mai conosciuto e rischia di non farle avere mai un futuro. Nella primavera dello scorso anno, la sua candidatura alle presidenziali era valutata intorno al 25 per cento, in autunno era già scesa al 17 e adesso viaggia sul 15 per cento. Eppure, secondo un sondaggio dell’Istituto Csa reso noto l’altro ieri da Le Monde, nelle intenzioni di voto dei giovani fra i 18 e i 24 anni schizza al 26 per cento e al primo posto: Hollande le è dietro di un punto, Sarkozy di quasi dieci e così J.L. Melenchon, l’ex trotskista chiamato a rinverdire i fasti della sinistra non socialista. Quando glielo si fa notare, Marine Le Pen sorride: «È difficile “misurarmi” perché è difficile capire se la “diabolizzazione” del nome Le Pen pesi ancora o se la “dediabolizzazione” abbia ormai preso il sopravvento. In più ho un elettorato invisibile, che non si manifesta, che non è abituato a manifestare. Dei giovani però sono certa, perché si rendono conto che sono anti-sistema, perché sanno che il sistema va reinventato, perché rifiutano la legge della giungla liberista applicata sulla loro pelle, l’idea che l’economia sia l’unico valore… È una giovinezza scioccata dal cinismo e dalla corruzione e sa benissimo che non si può andare avanti così».

La sede del Front National sembra un ospedale. Non ci sono gadget né

manifesti e l’unica nota di colore è la bandiera francese dietro le spalle del candidato alle presidenziali. Il giornale dei giovani del Movimento si chiama Les Matelots, i marinai, e nei raduni i ragazzi indossano t-shirt con su scritto Les gars de la Marine… è un altro retaggio paterno, del Jean-Marie bretone, amante del mare e amico di grandi e famosi velisti come Tabarly e de Kersauson, uno dei pochi retaggi che possono essere esibiti senza accendere polemiche e accuse di fascismo e di razzismo. «Nel nostro Paese è come se ci fosse per strada una bomba pronta a esplodere. L’eccidio di Tolosa non si spiega se non si parte dal fatto che in dieci anni, fra presidenza della Repubblica e ministero dell’Interno, Sarkozy non ha fatto nulla contro il fondamentalismo islamico. Dieci anni sono l’arco di tempo per cui i miei figli dalle elementari sono passati al liceo… Dopo la strage si sono effettuati degli arresti, ma quando ho chiesto quando e come quella gente fosse entrata in Francia, di che cosa vivesse, quali appoggi avesse, non ho avuto risposta. Sarkozy non è uno che risolve i problemi, è uno che ricerca la politica dell’immagine, come è accaduto per la guerra, perché guerra era, in Libia… Abbiamo destabilizzato un’area del mondo, non c’è la democrazia in Libia, c’è un nuovo flusso di immigrati dal Mali dopo che anche lì c’è stato un colpo di Stato, povera gente in fuga per paura e per fame, e intanto facciamo affari con il Qatar, che certo non è un campione dei diritti umani… Io sono l’eccezione francese di queste elezioni perché racconto le cose come stanno, non voglio la regolarizzazione dei clandestini, voglio restringere i margini d’ingresso, sono per la “priorità nazionale”

fra chi si propone per lo stesso posto di lavoro. Abbiamo cinque milioni di disoccupati, ma nessuno che in campagna elettorale parli della crisi economica: si fa finta che non esista».

È di questi giorni l’uscita nei tascabili, in una nuova edizione ampliata, della biografia che nemmeno un anno fa due giornaliste, Caroline Fourest e Fiammetta Venner, avevano dedicato a Marine Le Pen. La nuova versione porta, sotto lo stesso titolo, Marine Le Pen, l’aggettivo démasquée, smascherata: più di 400 pagine che passano al setaccio il vecchio e il nuovo, il padre, la madre, gli intrecci sentimentali e quelli economici, il partito come clan, Front Familial più che Front National, le zone d’ombra, i residui fascisti e quelli xenofobi all’interno di un elettorato che intanto è

cambiato e rappresenta una parte non indifferente del Paese.

L’impressione è di un buon lavoro d’inchiesta che però aggiunge poco non tanto su Marine Le Pen in sé, ma sul perché del suo successo.

Forse la risposta più che in lei sta negli errori altrui, nel fallimento di Sarkozy come figura nuova, nella disillusione verso la politica politicante che dura ormai dagli anni Ottanta, nella paura sociale, economica, nella perdita di prestigio, nel rendersi conto che i margini di manovra nazionali vanno sempre più riducendosi…

«Sarkozy e Hollande sono la stessa cosa e, qualora uscissero loro al primo turno, non darò al mio elettorato indicazioni di voto per il ballottaggio. Ma sono fiduciosa, penso che le urne daranno una bella sorpresa. E comunque, quel voto giovanile di cui abbiamo parlato fa di me la candidata dell’avvenire, di un avvenire diverso». Euro permettendo.

11 avril 2012

Il Giornale

Stenio Solinas

FRANCIA: VIGNETTE ISLAM, ESCE OGGI FILM SU VICENDA PROCESSO.

(ANSA) – PARIGI, 17 SET – Esce oggi nelle sale francesi « C’est dur d’etre aimé par les cons », il film-documentario firmato del regista Daniel Leconte che tratta del seguito giudiziario della « vicenda delle vignette satiriche su Maometto », pubblicate da un giornale danese e riprese nel settembre 2006 dal settimanale francese Charlie Hebdo.

Il titolo del film è un esplicito richiamo a una di quelle più contestate, che raffigurava il Profeta piangente mentre pronuncia questa frase – letteralmente, « é difficile essere amati dagli stronzi » – sotto il titolo « Maometto sopraffatto dagli integralisti ». Il disegno venne giudicato un’offesa contro i musulmani da parte della moschea di Parigi e dell’Unione delle organizzazioni islamiche di Francia e dalla Lega islamica mondiale, che all’epoca decisero di risolvere la faccenda in tribunale. E il lungometraggio di Leconte racconta questo processo, che diventa l’occasione per mettere in scena la più ampia questione della libertà di espressione e interpretazione.

I protagonisti del film sono gli stessi che hanno vissuto la vicenda direttamente sulla propria pelle: Philippe Val, direttore di Charlie Hebdo, la giornalista Caroline Fourest e gli avvocati delle due parti. Il realizzatore chiama in causa anche dei testimoni mediatici, tra cui il leader socialista Francois Hollande e Mohammed Sifaoui, giornalista algerino rifugiato politico in Francia.

Il film piace poco ai musulmani francesi. Mustapha Ghouila, vicepresidente delle associazione degli amministratori nelle banlieue, commenta: « io sono per il rispetto e la libertà e il diritto di criticare di ognuno, ma diversi membri della comunità musulmana si sono sentiti offesi da questo documentario ». Uno di loro è senz’altro Mourad Ghazli, ex segretario nazionale del partito radicale e ex militante del partito presidenziale Ump. « Ne abbiamo abbastanza di farci linciare – dice – e quello che ha fatto Charlie Hebdo è spaventoso: oggi l’islamofobia fa vendere, è diventata un business ». (ANSA).