Sorelle in armi

Sorelle in armi è la storia di donne soldato che combattono per difendere la nostra libertà e per liberare la minoranza yazida dalla persecuzione e dalla schiavitù.

Zara, una giovane Yazidi, viene rapita e venduta come schiava del sesso a uno jihadista. Spinta dalla volontà di salvare il suo fratellino, tenuta in cattività e addestrata a diventare un bambino soldato, riesce a fuggire. Lei sceglie di prendere le armi e si unisce a una squadra internazionale di combattenti donne. 

Provenienti da diversi background e religioni diverse, hanno tutte ferite da guarire. Scoprono il potere che hanno sugli jihadisti, troppo terrorizzati di essere uccisi da una donna, e insieme, queste sorelle in armi conducono un’epica guerra contro il fanatismo.

Un film di Caroline Fourest                         

Con Maya Sansa, Amira Casar, Dylan Gwyn, Camelia Jordana, Esther Garrel, Nanna Blondell, Mark Ryder, Korkmarz Arslan


Maya Sansa e Caroline Fourest sul set di Sorelle In Armi
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Francia:anche presidente Femen a Eliseo per consiglio Parità.

L’iniziativa di Macron nel quadro della presidenza del G7

(ANSA) – PARIGI, 19 FEB – C’è anche la presidente delle Femen, Inna Shevshenko, tra le personalità invitate oggi all’Eliseo per il primo consiglio consultivo sull’eguaglianza di genere, iniziativa promossa dal presidente Emmanuel Macron nel quadro della presidenza francese del G7.

Tra le 29 personalità attese questo pomeriggio nel palazzo presidenziale di Parigi, anche l’attrice Emma Watson, madrina Onu per la parità, i premi Nobel per la pace Denis Mukwege e Nadia Murad, la giornalista Caroline Fourest o la regista Lisa Azuelos.

Ma anche l’ambasciatrice Usa in Francia, Jamie Mc Court, in rappresentanza di Ivanka Trump, che la ministra francese responsabile della Parità, Marlène Schiappa, ha invitato prossimamente al G7 per discutere di questo tema.

L’Eliseo precisa inoltre che una « sedia vuota verrà sistemata al fianco » di Macron per simboleggiare la presenza dell’avvocatessa iraniana, Nasrine Sotoudeh, attualmente in carcere. Su impulso del Canada, il G7 si è impegnato a favorire l’eguaglianza tra i sessi al livello globale.

La Francia, che ha assunto la presidenza per il 2019 e organizzerà il vertice dal 25 al 27 agosto a Biarritz, intende proseguire su questa linea. Obiettivo? Individuare ai quattro angoli del pianeta le migliori pratiche legislative e proporre che i vari Paesi del G7 adottino quelle che considerano più adatte. (ANSA)

Agenzia Nazionale Stampa Associata

Caroline Fourest; «Hanno attirato i violenti in piazza e ora perdono consenso»

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

PARIGI

La conquista dell’Eliseo non c’è stata, e neanche i morti temuti dal governo. La drammatizzazione del ministro dell’Interno ha funzionato?

«Non so sia stata la drammatizzazione del governo o il fatto che i media abbiano smesso di trovare formidabile la violenza, o i mille fermi di oggi, che hanno permesso di tenere a distanza i più esagitati», dice Caroline Fourest, saggista e regista (il film «Red Snake» sulle donne yazide e curde uscirà presto in Italia).

È cambiato lo sguardo dell’opinione pubblica verso i gilet gialli? Oggi non pochi passanti e tanti affacciati ai balconi applaudivano i poliziotti.

«Finora si è detto che i francesi erano favorevoli, ma un conto è comprendere le ragioni della protesta, un altro sostenere un movimento che si sente al di sopra delle leggi, attacca le forze dell’ordine, brucia le auto e fa dichiarazioni omofobe, razziste e violente. Ci aspetta un grande lavoro di educazione alla democrazia, non solo in Francia. Il pretesto è sempre nazionale, ma il fatto che i movimenti di protesta oggi sfocino nella violenza è un fenomeno mondiale».

Da che cosa dipende?

«Ci si avvicina alla politica tramite Internet e i social media, senza passare più da sindacati o partiti che richiedevano almeno un minimo di apprendistato. I movimenti di strada attirano chi si era già radicalizzato e spesso appartiene più all’estrema destra che all’estrema sinistra, anche se questa è presente».

Le reazioni internazionali, da Trump a Erdogan, sono significative.

«Certo, Trump è entusiasta dei gilet gialli e i media russi sono pazzi di gioia. Questo nuovo modo di organizzare le proteste, più populista che democratico, è utile nelle dittature perché permette di rovesciare poteri illegittimi, ma può prendere aspetti terribili in una democrazia come quella francese».

Quanto conta l’anima complottista, per esempio l’idea che il patto di Marrakesh «venderà la Francia all’Onu»?

«Le pagine Facebook dei gilet gialli sono piene di notizie false diffuse dagli estremisti e da certi Stati che vogliono veramente la pelle dell’Europa ».

La partecipazione comunque continua a calare rispetto all’inizio della protesta.

«È così, eppure c’è l’idea che chiunque non abbia un gilet giallo sia escluso dalla nozione di popolo e non sia più un cittadino».

Che succederà adesso?

«Dipenderà molto dall’atteso discorso di Macron, domani o dopo. Possiamo ipotizzare che le manifestazioni continueranno fino a Natale, poi il movimento potrebbe estinguersi come accadde alla Nuit Debout, due anni fa».

S. Mon.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Chi è

Caroline Fourest,

43 anni,

è un’autrice

e regista femminista francese.

Ha fondato la rivista Prochoix

Le loro pagine Facebook sono piene di notizie false diffuse dagli estremisti

e da certi Stati che vogliono

la pelle dell’Europa

S. Mon. 

9 décembre 2018Corriere della Sera

Ieri il faccia a faccia; Saviano all’Eliseo. L’invito di Macron allo scrittore anti Salvini

Il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron ha invitato all’Eliseo lo scrittore italiano Roberto Saviano. L’incontro si è svolto ieri pomeriggio alle 16, Macron e Saviano hanno parlato soprattutto di criminalità giovanile e di periferie, ovvero i temi del romanzo La paranza dei bambini (Feltrinelli) che viene adesso pubblicato in Francia da Gallimard con il titolo di Piranhas. Saviano, che si trova in questi giorni a Parigi per la promozione del libro, ha espresso a Macron la sua preoccupazione per la questione dei migranti, per la criminalizzazione delle organizzazioni non governative e per la mancanza di una politica condivisa di accoglienza e integrazione in Europa. L’autore di Gomorra è in scontro aperto con il governo italiano e in particolare con il vicepremier Matteo Salvini, che peraltro lunedì verrà in Francia per parlare a sua volta di migranti – e lotta al terrorismo – al vertice dei ministri dell’Interno a Lione. Saviano ha parlato a Macron anche dell’esperienza di Riace, «esempio virtuoso di accoglienza e integrazione», il cui sindaco Mimmo Lucano è stato arrestato per favoreggiamento dell’immigrazione. In questi giorni Saviano è conteso da radio, tv e giornali francesi, e se nelle interviste ricorda la minaccia di essere privato della scorta e la denuncia ricevuta da Salvini per averlo definito «ministro della malavita», non risparmia critiche anche a Macron, che con la sua politica migratoria «offre a Matteo Salvini la possibilità di dire « voi mi criticate ma fate la stessa cosa »» dichiara a Mediapart . Prima di andare all’Eliseo, giovedì sera Saviano è stato protagonista di una serata organizzata in suo onore a casa del filosofo Bernard-Henri Lévy, con la redazione della rivista di Lévy La Règle du Jeu e alcuni politici, scrittori e intellettuali tra i quali Ségolène Royal, Raphaël Glucksmann, Léa Salamé, Christophe Ono-dit-Biot, Jean-Paul Enthoven, Caroline Fourest. Lévy ha espresso ammirazione per «l’opera e il coraggio» di Saviano e gli ha posto «la stessa domanda rivolta nel 1990, in una occasione simile, a Salman Rushdie: come possiamo aiutarti?». «Già questa serata per me è un miracolo – ha risposto Saviano -. Come dice il mio amico Mimmo Lucano, in questi momenti ci sentiamo talvolta come su uno scoglio circondato da un mare di solitudine, e questa sera non è andata così».

Stefano Montefiori

6 octobre 2018

Corriere della Sera

Vignette anti Islam, applausi a metà IL CASO

Maurizio Cabona

da Cannes

S’intitola C’est dur d’être aimé par des cons (Duro piacere agli scemi) il documentario di Daniel Leconte, solo omonimo di Patrice, presentato ieri come Evento speciale al Festival di Cannes. Questo succedersi d’interviste – realizzate nella posizione da «indignato speciale» – parrà agli ingenui l’apoteosi della libertà di stampa, mentre conferma che certa Francia – pardon: certa Parigi – si riempie la bocca coi diritti dell’uomo, salvo decidere lei chi sia uomo e chi no.

Il titolo è del resto coerente con lo stile provocatorio del settimanale Charlie-Hebdo, di cui qui si canta – infischiandosi dell’equanimità – l’assoluzione in un processo subìto per diffamazione. In C’est dur è implicito che il direttore, Philippe Val, si sente emulo di Emile Zola ai tempi del caso Dreyfus e del relativo «J’accuse». Charlie-Hebdo non è però certo paragonabile al quotidiano L’Aurore d’allora; nella Francia di oggi è ciò che ieri in Italia erano Il male e Cuore. A somigliargli vagamente è adesso Il vernacoliere e ciò ridimensiona tutta la vicenda. In più

Charlie-Hebdo è meno umoristico, meno fantasioso e soprattutto più

greve dei confratelli italiani. In occasione della visita di Giovanni Paolo II in Francia, l’articolo di fondo di Philippe Val era intitolato «Benvenuto, papa di me…». Da C’est dur si nota che, dopo tanti anni, Val ne è ancora fiero: a ognuno i suoi piccoli orgogli…

Grana grossa dunque, applicata impunemente contro una fede declinante; meno impunemente contro l’Islam, quando nel 2006 Charlie-Hebdo riprese le caricature di Maometto e altre vignette blasfeme per un musulmano o comunque derisorie, già apparse sul danese Jillands-Posten. Non fu l’unica testata francese a pubblicarle, ma solo Charlie-Hebdo – non L’Express, non France-Soir – fu querelato da tre organizzazioni islamiche riconosciute. Da ciò

Philippe Val deduce che sia stato il presidente Chirac a frenare i querelanti, perché solo Charlie-Hebdo gli era davvero antagonista.

Svoltosi agli inizi del 2007, il processo originò così un caso nel caso: infatti fu l’occasione per aprire, non ufficialmente, la campagna elettorale per la presidenza della Repubblica.

Dalle quasi due ore di immagini, per lo più interviste filmate, uno spettatore giunto da Marte potrebbe credere che i destini della République, dunque della civiltà, fossero in gioco sulle pagine di Charlie-Hebdo e nell’aula di tribunale. Ne esce di tutto, ma l’intélligence traspare solo dalle considerazioni e dai paragoni di padre Michel Lelong e del comico Dieudonné. Ma l’humour migliore è

dell’avvocato Szpiner, consigliere del presidente Chirac e parte civile nel processo a Charlie-Hebdo.

Parlando di Caroline Fourest, collaboratrice del settimanale, Szpiner ne coglie – come dargli torto, dal contesto? – «l’alta opinione che ha di sé». Ne conclude: «Se mai leggerò un giorno che la signor Fourest è stata coinvolta in un delitto passionale, ne concluderò che si è trattato di un suicidio».

17 mai 2008Il Giornale

L’intervista; «Così l’Europa subisce il ricatto di Ankara»

Con la questione dei rifugiati ci tiene in pugno La più dura è Merkel A Parigi Lo stesso Macron si è dimostrato troppo debole. In Kurdistan è in atto un massacro

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

PARIGI Caroline Fourest, saggista e documentarista francese, si interessa da tempo alla Turchia e alla questione curda. Sta per cominciare le riprese di Red Snake , il suo primo lungometraggio di fiction, una co-produzione franco-italiana sulle combattenti curde con Jasmine Trinca e Golshifteh Farahani.

Come affrontare Erdogan? Il «dialogo esigente» teorizzato dal presidente francese Macron secondo lei è il modo giusto?

«Onestamente anche Macron, che aveva debuttato benissimo sulla scena internazionale, si dimostra troppo debole sul dossier turco, non è all’altezza della situazione. La Turchia sta massacrando i combattenti curdi che ci hanno permesso di sconfiggere l’Isis. Quello che sta succedendo a Afrin, nel Nord della Siria, è una vergogna. I soldati turchi invocano il califfato prima di tagliare i seni delle soldatesse curde catturate vive, come è successo a Barîn Kobanê, una donna di 23 anni. Le immagine dei civili bombardati dovrebbero indurci a un altro tono nei confronti di Erdogan».

Perché non succede?

«L’Europa non è in grado di fare valere i suoi principi perché è sotto il ricatto della Turchia sui migranti».

Quando Macron ha ricevuto Erdogan all’Eliseo gli ha ricordato a lungo le violazioni dei diritti dell’uomo.

«Sì ma poi sul massacro dei curdi ad Afrin Macron non ha pronunciato le parole giuste. La nostra bussola è piuttosto la Germania, la cancelliera Merkel ha verso Erdogan un atteggiamento molto più duro, l’unico degno in questo momento».

Pensa che Erdogan non andrebbe incontrato?

«Il dialogo va bene, ma bisogna vedere per dire cosa. Erdogan commette atti di ingerenza grazie alle sue reti di fanatici e perseguita i suoi oppositori nel cuore dell’Europa. Nel Nord della Siria c’è stato un trasferimento dei poteri dall’Isis ai soldati turchi, Dabiq è passata dagli uni agli altri senza bisogno di combattere. Erdogan si pone come leader dell’Islam politico».

Il contro-argomento classico è che bisogna tenere un legame con la Turchia, non abbandonarla alla deriva.

«Ma la Turchia è già alla deriva, non può essere più radicale di così. Anzi, dovremmo porci la questione della sua permanenza nella Nato, organizzazione che ha dei difetti ma è fondata sul principio della difesa della libertà».

Stefano Montefiori

4 février 2018

Corriere della Sera

Tariq Ramadan: stato di fermo per due casi di stupro

L’islamologo Tariq Ramadan, di nazionalità svizzera, è stato ieri posto in stato di fermo in Francia e interrogato dalla polizia nel corso di un’indagine preliminare su due casi di stupro e violenze. Ramadan, che è nipote del fondatore egiziano dei Fratelli musulmani, in Francia è accusato da due donne per fatti avvenuti nel 2009 e nel 2012. Anche in Svizzera ci sono delle accuse contro di lui, provenienti da 4 donne, alcune delle quali affermano di aver subito violenze quando erano minorenni e Ramadan, che era loro professore, aveva agito come il capo di una setta. Quando le prime accuse sono state rese note, l’università di Oxford, dove Ramadan aveva un incarico di insegnamento di studi islamici contemporanei, ha sospeso dal novembre scorso i corsi dell’islamologo.

È stato il movimento #balancetonporc (la versione francese di #metoo) che ha permesso a Henda Ayari, una ex salafista che poi ha abbandonato la deriva religiosa, di denunciare Ramadan. Henda Ayari qualche anno fa aveva descritto in un libro l’aggressione di cui era stata vittima, ma senza fare nomi. Invece, sull’onda dello scandalo Weinstein, ha precisato i fatti che addebita a Ramadan. Per chiedergli consiglio, afferma di aver concordato un appuntamento in un hotel parigino. Ma nella hall c’era rumore e troppi sguardi, Ramadan avrebbe così suggerito alla ragazza di continuare la conversazione nella stanza d’albergo, più discreta: «Si è permesso gesti, atteggiamenti e parole che non avrei potuto immaginare. Quando mi sono ribellata, quando gli ho detto di smettere, mi ha insultata e umiliata. Schiaffeggiata. Usato violenza». Una descrizione analoga riguarda l’altro caso. I fatti sarebbero avvenuti nel 2009, in un hotel di Lione. La denuncia parla di «grande brutalità» da parte di Ramadan e di utilizzazione della sua posizione considerata carismatica in ambienti legati all’islam conservatore.

L’islamologo ha reagito, denunciando (su Facebook) una «campagna di calunnie» fatta dai «nemici di sempre». Ramadan si è anche rivolto alla giustizia contro la saggista Caroline Fourest, che da anni indaga sul comportamento dell’islamologo e ha raccolto testimonianze di violenze subite.

Tariq Ramadan è una figura controversa, predicatore di successo, soprattutto tra i giovani, che per vantare la propria «modernità» non ha trovato di meglio che difendere una «moratoria» sulla lapidazione delle donne adultere nei paesi musulmani che applicano questa forma di repressione. Nipote di Hassan El-Banna, fondatore dei Fratelli musulmani, ha 55 anni ed è sposato con una francese convertita, 4 figli. Nel 2004, George Bush gli impedisce di risiedere negli Usa, dove era stato invitato dall’università Notre Dame dell’Indiana. In Francia, già nel ’95, dopo degli attentati islamisti, gli era stata negata l’entrata. Dopo gli attentati del novembre 2015, vuole la nazionalità francese, ma l’allora primo ministro, Manuel Valls, non dà seguito alla domanda. Ramadan, comunque, a Parigi continua a insegnare all’Istituto islamico di formazione all’etica.

Anna Maria Merlo

31 janvier 2018

il manifesto